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15/04/2010 
Convegno Confagricoltura con Presidente della Repubblica Napolitano - Intervento del Presidente Vecchioni
 

Nel giugno del 1865 i fondatori di quella che è oggi Confagricoltura così descrivevano il ruolo di affiancamento e stimolo al potere esecutivo per lo sviluppo e la crescita del settore primario: “Al progresso agrario il Governo deve di necessità interessarsi; ma se la sua opera rimane isolata … a scarsi risultati può approdare. Occorre quindi che il Governo abbia una istituzione a cui rivolgersi”. Una giusta visione della ripartizione di ruoli e compiti che ancora oggi è tema attualissimo.

“Ci vuole equilibrio e coscienza nell’esercizio delle diverse competenze - dice il Presidente di Confagricoltura, Federico Vecchioni, nel suo intervento di chiusura del convegno “L’agricoltura nella storia d’Italia”, con la presenza del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano -. Non abbiamo mai enfatizzato il compito della concertazione liturgica, ma certo non abbiamo condiviso l’eutanasia del confronto in agricoltura a cui siamo stati costretti e che riteniamo debba ripartire da subito”.

“L’aspetto centrale della nostra storia - continua il presidente di Confagricoltura - è appunto la concezione della funzione associativa come estensione della funzione di impresa. In sostanza imprenditori rappresentati da imprenditori, uniti non solo per la tutela degli interessi, ma anche per sviluppare nell’associazionismo l’idea liberale post-risorgimentale di utilità comune della propria attività. E Confagricoltura ha sempre interpretato le istanze di chi si riconosceva nei propri ideali per questa concezione del ruolo dell’agricoltura nella società e nell’economia”.

Certo i cambiamenti in tutti questi decenni non sono stati pochi. Guardando solo al confronto tra il 1930 ed oggi si sono persi oltre 7,5 milioni di ettari di superficie agricola e circa 2,5 milioni di aziende (da oltre 4 milioni nel 1930 a poco più di 1,7 milioni nel 2007 escludendo le aziende con meno di un ettaro e al di sotto di un minimo di produzione). Il tutto con una forte polarizzazione che vede concentrarsi superficie e reddito nelle imprese di maggiori dimensioni.

“Al di là delle cifre citate - chiarisce Vecchioni - lasciatemi dire che questo mutato quadro richiede una sola cosa: il coraggio di mettere in atto politiche differenziate per le imprese vocate prevalentemente al mercato da un lato e per le aziende vocate prevalentemente al presidio del territorio dall’altro. Occorre ribadire con forza che se l’agricoltura ha un posto di rilievo nella storia d’Italia ce l’ha per il merito di milioni di imprese e di imprenditori, che hanno operato in un regime di libera scelta più che di libero mercato ed hanno dimostrato di saper scegliere per il bene del Paese”.

“Noi vogliamo oggi rimarcare - insiste il presidente della Confederazione degli imprenditori agricoli - come la nostra idea di Nazione veda nell’agricoltura un elemento imprescindibile di unità e di identità nazionale. Un’agricoltura dalle diverse caratteristiche regionali e produttive, ma elemento coagulante di valori e strategie economiche nell’interesse generale. Le nostre imprese sono state capaci di affrontare la sfida del mercato investendo nella qualità, non facendone un dogma fine a se stesso, né perché costretti dalle norme. Lo hanno fatto in quanto naturalmente vocati all’eccellenza. E con la visione pragmatica di chi sa che la qualità non è di per sé sinonimo di reddito”.

L’agricoltura, con le sue funzioni produttive primarie e quelle collaterali legate alla sua presenza sul territorio, rimane dunque un formidabile elemento di stabilità delle economie post moderne. Nel 2008 il valore aggiunto agricolo è aumentato dell’1%, mentre l’economia nazionale respirava aria di recessione. Nel 2009 una brusca frenata: il Pil nazionale è calato del 5,1% rispetto all’anno precedente, con una flessione importante per il settore industriale (-15%). L’agricoltura ha retto meglio con un -3,1%, dettato dal forte arretramento dei prezzi all’origine che, tra l’altro, ha anche contribuito al contenimento dell’inflazione a beneficio dei consumatori.

Anche per questo Confagricoltura ritiene essenziale traghettare definitivamente il settore agricolo e le sue specificità, che vanno preservate, in un dibattito economico più ampio da cui far scaturire scelte di politica nazionale funzionali alla crescita.

E’ indubbio il contributo delle imprese agricole allo sviluppo del Paese. Questo, innanzitutto, in termini occupazionali, visto che il numero di lavoratori dipendenti nel settore ammonta a oltre un milione sui 12 milioni del totale iscritti all’INPS.

Ma l’agricoltura garantisce occupazione anche a 100 mila immigrati, a dimostrazione di quanto essa può fare concretamente in termini di coesione sociale e integrazione multietnica.

I campi coltivati, gli allevamenti, attivano un sistema agroindustriale complessivo che, tra attività principale ed indotto, assomma a oltre il 15 per cento del Pil nazionale.

Poi l’Europa. L’agricoltura ha contribuito alla costruzione del sogno dei padri della Comunità e oggi occorre più Politica agricola comunitaria per il post 2013. Confagricoltura è convinta che i suoi obiettivi, confermati dal Trattato di Lisbona, siano ancora attualissimi a più di cinquant’anni dalla nascita del Mercato Comune e che valga la pena puntare su quelle quasi 14 milioni di aziende agricole comunitarie che gestiscono ampia parte del territorio e garantiscono cibo per un mercato di 500 milioni di persone.

In questo contesto Confagricoltura ha formulato le sue linee direttrici per l’agricoltura che vorrebbe nel terzo millennio.

“Alla politica ed alle istituzioni - dice Federico Vecchioni - il compito di definire le regole, magari minime e semplici, l’ambito entro cui agiscono gli operatori economici. Dopo devono essere l’abilità, la capacità imprenditoriale e il talento a far prevalere un’impresa rispetto alle altre. Il compito di decidere cosa convenga produrre spetta solo all’imprenditore, che deve avere davanti la possibilità di scegliere, come nel caso dei prodotti ottenuti con le biotecnologie agricole, e non una strada obbligata individuata da pochi per tutti”.

Le rappresentanze degli interessi si debbono concentrare maggiormente sulla proposta che intendono sottoporre al mondo politico economico ed istituzionale. Proprio come ha fatto Confagricoltura con “Futuro Fertile”, il suo progetto politico-economico per la riorganizzazione del settore agricolo presentato, a fine marzo, al Forum annuale di Taormina.

“Futuro Fertile” ha generato un piano articolato in due grandi momenti. Da un lato si punta al miglioramento delle condizioni economiche sia sul fronte dei costi, razionalizzando la rete e conseguendo un certo risparmio a vantaggio delle imprese, sia sul fronte della valorizzazione del prodotto e della sua migliore commercializzazione, riconquistando valore al venduto.

Dall’altro lato, il progetto mira al miglioramento del contesto in cui operano le imprese, proponendo in concreto numerose modifiche alla normativa nazionale in vari settori che vanno dalla ricomposizione fondiaria all’organizzazione economica del prodotto; dalla normativa sul costo del lavoro alla semplificazione ed all’assicurazione al reddito.

Un progetto aperto a tutti, che intende unire le imprese (non le sigle di rappresentanza) e che coinvolgerà un aggregato di aziende in grado di esprimere centinaia di migliaia di ettari e un giro d’affari di centinaia di milioni di euro.

“Questo è il modo con cui Confagricoltura intende ed interpreta il suo ruolo di sindacato di progetto. Formulando proposte concrete e di ampio respiro da sottoporre ed affidare al mondo politico ed alle istituzioni” sottolinea Vecchioni e aggiunge: “Un ruolo moderno che consenta di accompagnare ancora a lungo, per tutta la storia del nostro Paese, le imprese agricole nella loro funzione essenziale economica e sociale, così come avviene da oltre un secolo”.

Confagricoltura - C.so Vittorio Emanuele II, 101 - 00186 Roma - C.F. 80077270587