Lo scorso anno i redditi degli agricoltori italiani, in calo da tempo, sono diminuiti del 20% rispetto al 2008. Uno stato di sofferenza che, purtroppo, non pare destinato a rapide inversioni di tendenza, né in Italia, né nel resto d’Europa, come dimostra la manifestazione di oltre 10 mila imprenditori agricoli francesi, scesi in piazza dieci giorni fa per chiedere politiche idonee a risollevare i loro redditi. Una tendenza confermata anche dall’andamento dei mercati nei primi mesi dell’anno in cui è proseguito il trend negativo del 2009.
Per quel che riguarda il nostro Paese, con l’arrivo al dicastero delle Politiche agricole del ministro Giancarlo Galan ed i nuovi assetti delle amministrazioni regionali, si apre una fase nuova che può consentire di sciogliere alcuni nodi strutturali che frenano la crescita del settore. Partendo dal contenimento dei costi di impresa, primo fra tutti quello del lavoro, che da inizio agosto subirà una vera impennata nelle aree montane e svantaggiate, se non si provvederà a prorogare le agevolazioni previdenziali in scadenza. Altrettanto importante l’intervento sui costi energetici, con la riduzione di accisa per il gasolio da riscaldamento utilizzato in agricoltura per le coltivazioni sotto serra.
Capitolo vitale è anche quello dello sblocco di trasferimenti pubblici al settore, a partire dai pagamenti diretti della politica agricola comune: occorre far ripartire la macchina che gestisce le erogazioni. A quindici anni dalla riforma di Aima che ha dato vita all’Agea e fatto nascere gli Organismi Pagatori regionali, occorre una “revisione di medio termine” per migliorare le procedure, ancora troppo complesse, e tracciare un bilancio di questo federalismo incompleto, che ha visto nascere ed operare gli organismi pagatori regionali in metà del Paese. Con un’evoluzione dei costi, pure tutti da valutare, a carico della fiscalità generale e del sistema.
Scendendo nello specifico, vanno sottolineate le esigenze del settore bieticolo-saccarifero, in attesa da due anni di circa 90 milioni di euro che devono essere disposti con un intervento legislativo nazionale particolarmente urgente. Il settore del tabacco, invece, vede a rischio migliaia di imprese e posti di lavoro se non verrà sbloccato, entro le prossime settimane, il dossier comunitario sulle misure di sviluppo rurale (e di conseguenza i trasferimenti pubblici comunitari a favore di questa coltura).
Naturalmente è della massima importanza l’azione nell’ambito della politica agricola comune. Il negoziato per la Pac nel “post 2013” entrerà nel vivo solo dopo l’estate. C’è quindi ancora un certo margine di tempo per definire una posizione unita e coesa a livello di sistema-Paese allo scopo di: salvaguardare le risorse in bilancio per il settore agricolo negoziando con i partner europei (l’obiettivo di primo livello è quello di evitare una ridistribuzione di pagamenti diretti a favore dei nuovi Paesi membri che vada a ripercuotersi negativamente sulle nostre imprese).
Di estrema urgenza, invece, visto che a fine dicembre scade il termine per le Regioni per poter spendere le risorse dello sviluppo rurale della prima parte della programmazione 2007-2013, è verificare se esiste un rischio di dover restituire a Bruxelles delle somme (a fine anno il “non speso” assommava a 6-700 milioni di risorse comunitarie capaci di attivare 1,3 miliardi di euro circa di spesa pubblica) e, se necessario, proporre misure per dirottare queste somme su strumenti alternativi di politica di mercato.
In linea più generale va migliorato radicalmente il contesto in cui operano le imprese. Confagricoltura è convinta che l’amministrazione pubblica debba condizionare il meno possibile il mercato e le attività degli imprenditori, in modo da far prevalere, in un contesto di libera concorrenza, capacità e talento. Una necessità, quest’ultima, particolarmente sentita, anche alla luce di due recenti casi. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha infatti messo in luce come il ruolo dell’Associazione Italiana Allevatori e la sua attività di fornitura dei servizi si realizzi in una logica di sostanziale monopolio a danno degli allevatori. Una situazione su cui intervenire, anche in considerazione delle ingenti risorse pubbliche destinate all’Aia.
Il secondo caso riguarda la messa al bando de facto delle coltivazioni biotech, che non sembra basarsi su valutazioni chiare ed inequivocabili, soprattutto sul piano scientifico. D’altro canto, nonostante gli auspici espressi da imprenditori agricoli e ricercatori, è completamente ferma anche ogni attività di sperimentazione in pieno campo, benché ci sia in proposito un’intesa tra Stato e Regioni datata novembre 2008.
---
Su tutte queste materie è ora di riprendere un corretto dialogo tra Ministero e rappresentanze agricole, magari per valutare l’opportunità di quella riorganizzazione complessiva del settore, in termini di modernizzazione e competitività, che Confagricoltura ha articolato nella sua proposta progettuale “Futuro Fertile”, accolta positivamente dai protagonisti delle istituzioni e della business community del Paese.